home

storie & racconti

luoghi

civiltà rurale

percorsi

foto

video

 Rubriche

 

natanti & naviganti

ospitalità

cibo

cucine & osti

eventi

mercati & fiere

links

contatti

MILANOFUORIPORTA

Il sito del fine settimana intelligente       

 

  

 

 

QUI E LA'


Vanno in giro con una grossa borsa di tipo sportivo, che portano spesso a tracolla. Dentro pupazzetti di plastica, tovaglie in rayon, fazzoletti di carta, accendini, magliette di cotone. Camminano lungo i marciapiedi di
periferie infinite, raggiungono piccoli borghi, passano da un lato all’altro della strada. Bussano alle porte. Spesso sono allontanati con un ringhio, a volte non ricevono risposta, qualche volta un uscio si apre e lascia filtrare qualche luce di amicizia. Sono solo donne ad aprire, perché è virtù femminile accordare risposta a chi chiede. Aprono il loro sacco, mostrano, attendono e poi vanno. E’ una vita lieve e non squadrata, che li rende invisi agli incolonnati.
Accanto al passaggio a livello di Reginate, c’è una brutta casa colore nocciola; è un cubo senza grazia con le finestre serrate da scure persiane di legno. Un -piccolo giardinetto a lato, pieno di carabattole, cesti e scatoloni, la rende ancora più tristemente inospitale.
Lui aveva più o meno il colore di quei muri, era piccolo ma massiccio, e la sua borsa blu era lunga almeno quanto lui era alto. Al suono metallico ed elettrico del campanello, qualcuno aveva aperto il portone e, senza che si potesse vede chi ci stava dietro, si udì una voce femminile intonata e musicale che lo salutava con sorpresa e contentezza. La porta era aperta solo per un quarto e in quello spazio fece scivolare dentro casa il borsone al quale aveva aperto la lampo. Stava appoggiato di malavoglia allo stipite, mentre evidentemente dall’altra parte si rovistava fra la mercanzia. Poi, all’improvviso una mano lo afferrò per il braccio e lo trasse dentro, mentre la porta si chiudeva con un botto secco alle sue spalle. Passò un minuto, ne passò un altro e un altro ancora; poi il fischio del trenino in vista della stazione di Reginate. Le sbarre si alzano, gli incolonnati passano oltre, ma la porta ancora non si era aperta, perché è virtù delle donne non accodare il proprio cuore dove tanti vogliono si accodi.

 

MANUALE DI ENOGASTRONOMIA FANTASTICA: TORTA AI DIAMANTI ALLA MANIERA DEL RAG. GASLINI

In realtà si tratta di una ricetta storica, d'uso abituale nelle corti rinascimentali lungo la fascia del Po, ma anche abituale sui deschi rurali dove però, per non inspiegabili motivi, si utilizzavano sassolini al posto dei diamanti. Dunque il merito del ragionier Gaslini è quello di aver tratto dal silenzio questa nobile ricetta, negletta per tanto tempo, in una società meschina e banale come la nostra.
D'altra parte, il ragionier Gaslini è un bel tipino, con idee e fisime tutte sue. Di corporatura striminzita, ma non macilento, è di statura media, sebbene lievemente curvo e con le spalle cadenti. In qualunque carrozza di metropolitana passerebbe del tutto inosservato se non fosse per il fiato che costringe chiunque lo avvicini ad allontanarsi almeno un paio di metri.
Sebbene non favorito dai doni di madre natura, il ragionier Gaslini si distingue fra i membri del suo album professionale per un amore sincero, appassionato, totalmente disinteressato, per la figa. Dato il notevole livello di reddito che il suo studio di commercialista consegue, sarebbe facile per lui soddisfare i suoi interessi con una semplice transazione commerciale. Ma questo è proprio ciò che odia. Per lui fissare un prezzo, stabilire una durata, magari anche un repertorio di prestazioni, sarebbe peggio che dover prendere in seria considerazione una trombata con una ottantenne affetta da Alzheimer. Se le cose devono avvenire, allora che avvengano con un minimo di leggerezza, di spontaneità, di voglia di giocare.Il ragionier Gaslini abita in una villetta in finto stile Liberty alla periferia della opulenta cittadina padana dove egli esercita la sua attività professionale. Ed è qui che è solito invitare amici e amiche per cene di dispendiosa ricercatezza, grazie alle quali spera che gli vengano presentati nuovi soggetti femminili capaci andare oltre le apparenze. Il numero di frustrazioni subite nel corso degli anni è la causa, almeno indiretta, della riscoperta della sublime torta al diamante. La torta in questione è quella classica che secoli si mangia lungo il Po. È una torta secca, sottile, piuttosto dura da sgranocchiare che si sbriciola quando la si taglia. È fatta di farina, burro, zucchero, nocciole a pezzetti e in farina. La proporzione in cui variano questi ingredienti determina il nome che ad essa viene dato fra Casalpusterlengo e Sermide mantovana. A suo tempo era uso nascondere nell'impasto, nei banchetti ducali, un diamante, perché si pensava che chi, mangiando, se lo fosse trovato sotto i denti, meritava il diamante a premio della sua fortuna. Il contado sostituiva il diamante con un sassolino e, questo caso, la fortuna era non essersi rotto un dente mangiando la fetta di torta col sassolino.
Partecipava quasi sempre alle cene del ragionier Gaslini, la sua anziana segretaria, che, a suo tempo, gli fece da nave scuola, quando, giovanissimo, subentrò al padre nello studio, e, adesso, era una specie di sua governante - maitresse - confidente. Fu lei che preparò la torta e fu lei che segnò con una piccola croce l' angolo dove era nascosto diamante, in modo che al momento di dividere le fette quella con il diamante toccasse a lei.
Gli altri invitati erano Gino Abbiati, noto gioielliere, e Franco Robotti, bon vivant ed eterno giovane, presente a non poche serate e feste che si tenevano in tante case della buona borghesia cittadina. La sua presenza era spesso necessaria perchè l'unico in grado di rimorchiare qualche invitata sotto i cinquant'anni. Quella sera era riuscito a portare due badanti moldave sulla trentina, toste e ridanciane come ci vogliono per rendere allegre certe cene.
Quando la signora Luisa si tolse dalla bocca quello che a prima vista poteva sembrare un pezzetto di vetro ci fu molta sorpresa e costernazione fra gli ospiti. Ma il Gaslini balzò su in piedi e disse: "Che fortuna, cara Luisa, quello che ha appena tirato fuori di bocca non è un vetro, ma un diamante, ed uno assai prezioso, giacché da ora in avanti sarà mia regola in queste cene eleganti omaggiare a caso un invitato in questa forma che fu usuale nei banchetti dei nostri avi".
"Un diamant, un vero diamante? - se ne uscì, stupitissimo l'Abbiati - Fa vedàr, che tel disi mi se l'è una patacca oppure no".
L'Abbiati guardò e riguardò da ogni angolatura quel pezzettino di vetro, e poi sentenziò: "Cara la me sciura Luisa, ma lo sa che lei è da stasera almeno di 20 mila euro più ricca? E bravo el noster Gaslini, che se messo a fare il mecenate e distribuisce alla grande biglietti da mille a chi la tocca la tocca".
La serata proseguì frizzante come mai prima, tuttavia non si superarono mai i limiti della decenza. Il ragionier Gaslini ballò il waltzer con la sua anziana segretaria, il cha-cha-cha con le due giovani invitate, si raccontarono storielle magari un po' grassocce, si fecero battute con qualche doppio senso non troppo innocente, ma mai si andò oltre a questo clima di goliardica euforia.
Per la cena successiva non ci fu nemmeno bisogno del Robotti. Le due badanti badarono a prenotarsi in anticipo e portarono altre due loro amiche, pensando certamente che aumentando il numero, le probabilità che il diamante toccasse ad una di loro aumentava in proporzione. Ma, sfiga delle sfighe, quella volta il diamante toccò al padrone di casa, che, tuttavia, con la massima signorilità affermò che alla prossima cena lo avrebbe messo nella torta insieme ad un altro. In ogni caso fu una serata memorabile, che presentò situazioni piuttosto scollacciate e momenti di petting assai spinto fra invitati e invitate, senza però arrivare ad uno smutandamento completo e inequivocabile.
Alla terza cena, le badanti si presentarono in sei, alle quali il ragionier Gaslini contrappose, oltre se stesso, cinque amici, fra cui il Robotti, Enrico Tardetti revisore dei conti, Clark Cardoni architetto a riposo, Gianni Cazzaniga negoziante di abbigliamento, Arrigo Sensini sfigato in genere.
Nel tripudio generale, fra applausi e lazzi, le fette di torta con il diamante toccarono, quella sera, a Ludmilla e a Irina, e poi non ci furono più limiti. Secondo la signora Allegretti, che abita con la famiglia nella villa accanto a quella del Gaslini, svegliata da strani grugniti, racconta che vi erano sul grande ippocastano del giardino del ragionier Gaslini, due animali che potevano essere orsi o scimmie che grugnivano, soffiavano e si grattavano reciprocamente. Però la signora Allegretti è molto miope e di notte di sicuro non è in grado di distinguere un TIR da una farfalla. Più attendibile la testimonianza dei cinque amici del Gaslini che concordano con assoluta precisione su di un punto: non ci fu divano, poltrona, tappeto, letto e scendiletto che non fosse stato utilizzato per un uso improprio. Particolarmente contento fu il ragionier Gaslini che ebbe ad assaggiare due grosse porzioni di figa, una bionda e una nera, sleccazzó diversa roba intima, ottenne promesse per un futuro nel quale mai avrebbe mangiato torte in solitudine.
Ma, come si dice ad Holliwood, i sogni muoiono all' alba. In questo caso, in tarda mattinata. Ludmilla e Irina, con il codazzo delle loro amiche, si recarono, per quanto assai sbattute, alla gioielleria di Abbiati, impazienti di conoscere il valore dei due diamanti. Col suo fare beffardo e un po' cinico, il gioielliere disse: "Si è roba molto ben tagliata, diciamo che è un lavoro che ha il suo prezzo, per cui, tolto il vetro, che naturalmente non vale niente, direi che questi due ninnoli possono valere cinque euri l'uno, ma sarà difficile trovare il compratore". Sbiancando assai le badanti troione a tempo perso, si permise di aggiungere: "Da noi c'è un detto: dimmi a chi la dai e ti dirò chi sei.
Se voi siete così sceme da darla a uno come il Gaslini sarete anche così cretine da credere che ci sia qualcuno disposto a gettare i diamanti ai porci".

 

Manuale di enogastronomia fantastica: Il culatello di pesce

 
Gli elementi determinanti sono la stagionatura a regola d’arte e il momento esatto della cattura del pesce, che deve avvenire precisamente nella settimana, a fine settembre, in cui i siluri entrano in calore. E’ questo infatti il momento in cui la femmina del pesce siluro, per attrarre il maschi, gonfia di morbidi grassi e fibre muscolari tutto il dorso circostante l’apparato genitale. La cattura deve avvenire in modo dolce e incruento, perché le femmine catturate devono giungere vive nei laboratori dei mastri salumieri. In caso contrario, dopo solo pochi minuti dal decesso dell’animale, il gluteo culatellabile perde consistenza e sapore. Dunque la silura, una volta pescata, deve essere immessa in apposite vasche e tranquillizzata grazie ad immagini, che corrono lungo le vetrate delle vasche, di siluri maschi arrapati. Altro momento topico è, dopo che le vasche sono state consegnate ai laboratori, il taglio del rigonfiamento culatellabile. Alcuni salumieri marpioni si mettono una specie di scafandro a forma di pesce siluro maschio, si immergono nella vasca e riescono così ad avvicinare la silura non solo viva ma anche speranzosa. Secondo l’opinione di molti esperti anche lo stato psicologico del pesce, al momento del taglio, ha un’importanza di primo piano nella realizzazione di un prodotto perfetto, ragion per cui avvicinarsi ad un pesce tranquillo e fiducioso permette di ottenere il massimo della qualità della materia prima. Il mastro salumiere, travestito da siluro, monta, secondo costume di questi animali acquatici, sul dorso della silura, e mentre questa fa le fusa, estrae un affilatissimo coltello di tipo norvegese e, in un sol colpo, asporta il rigonfiamento culatellabile.
Superata questa fase, si passa alla seconda fase del processo, non meno laboriosa e complessa. In un primo momento si tratta di far marinare per un dozzina di giorni, alla temperatura costante di 9 gradi, il culatello di pesce in una soluzione fatta di vino bianco, acqua marina, tamerici salmastre, alghe di scoglio, aghi di pino marittimo. La giusta proporzione di questi elementi determina non solo il sapore e il profumo del salume, ma anche la sua consistenza e morbidezza. Ogni grande maestro salumaio ha la sua formula e questa è in gran parte alla base di un risultato finale unico e inconfondibile, tanto che gli esperti, solo assaggiando un’unghia di neonato di questo o quel culatatello, sanno indicare dalle mani di quale mastro salumaio discenda. Il culatello viene quindi legato in una retina di spago di canapa e posto ad asciugare, per almeno un mese, appeso ai rami di pino marittimo, in un’area compresa fra Porto Garibaldi e Porto Tolle. Dovendo asciugare all’aperto in riva al mare, il rischio è evidentemente il furto o il danneggiamento da parte di gabbiani e rapaci in genere. Quindi occorre una vigilanza diurna e notturna da parte di apposito personale, che fa lievitare inevitabilmente i costi di produzione.
Terminata l’asciugatura, il culatello di pesce viene messo a stagionare in apposite stive di barconi di legno, ormeggiati lungo canali del delta del Po. A tarda primavera il culatello di mare è maturo per essere portato in tavola. Si tratta di un pezzetto di carne assai compatto, del diametro di una grossa noce. Va tagliato a fette sottilissime, che possono accompagnare uova di quaglia, insalate di funghi porcini, deposte su quadratini di polenta abbrustolita, oppure semplicemente mangiate senza accompagnamento alcuno. Il peso medio di un culatello di pesce è di 60 grammi e ha un costo variabile che oscilla fra i mille e i cinquemila dollari al grammo. Si offre di preferenza ad una amante riottosa, convincendola, per scaramanzia, a recitare la parte della femmina di siluro in calore. In questo caso, chi recita la parte del mastro salumaio non nasconde un affilatissimo coltello norvegese, ma estrae al momento opportuno il corpo contundente più caro a Venere.