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Il sito del fine settimana
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QUI E LA'
Vanno in giro con una grossa borsa di tipo sportivo, che portano
spesso a tracolla. Dentro pupazzetti di plastica, tovaglie in rayon,
fazzoletti di carta, accendini, magliette di cotone. Camminano lungo
i marciapiedi di
periferie
infinite, raggiungono piccoli borghi, passano da un lato all’altro
della strada. Bussano alle porte. Spesso sono allontanati con un
ringhio, a volte non ricevono risposta, qualche volta un uscio si
apre e lascia filtrare qualche luce di amicizia. Sono solo donne ad
aprire, perché è virtù femminile accordare risposta a chi chiede.
Aprono il loro sacco, mostrano, attendono e poi vanno. E’ una vita
lieve e non squadrata, che li rende invisi agli incolonnati.
Accanto al passaggio a livello di Reginate, c’è una brutta casa
colore nocciola; è un cubo senza grazia con le finestre serrate da
scure persiane di legno. Un -piccolo giardinetto a lato, pieno di
carabattole, cesti e scatoloni, la rende ancora più tristemente
inospitale.
Lui aveva più o meno il colore di quei muri, era piccolo ma
massiccio, e la sua borsa blu era lunga almeno quanto lui era alto.
Al suono metallico ed elettrico del campanello, qualcuno aveva
aperto il portone e, senza che si potesse vede chi ci stava dietro,
si udì una voce femminile intonata e musicale che lo salutava con
sorpresa e contentezza. La porta era aperta solo per un quarto e in
quello spazio fece scivolare dentro casa il borsone al quale aveva
aperto la lampo. Stava appoggiato di malavoglia allo stipite, mentre
evidentemente dall’altra parte si rovistava fra la mercanzia. Poi,
all’improvviso una mano lo afferrò per il braccio e lo trasse
dentro, mentre la porta si chiudeva con un botto secco alle sue
spalle. Passò un minuto, ne passò un altro e un altro ancora; poi il
fischio del trenino in vista della stazione di Reginate. Le sbarre
si alzano, gli incolonnati passano oltre, ma la porta ancora non si
era aperta, perché è virtù delle donne non accodare il proprio cuore
dove tanti vogliono si accodi.
In realtà si tratta di una ricetta storica, d'uso abituale
nelle corti rinascimentali lungo la fascia del Po, ma anche
abituale sui deschi rurali dove però, per non inspiegabili
motivi, si utilizzavano sassolini al posto dei diamanti.
Dunque il merito del ragionier Gaslini è quello di aver
tratto dal silenzio questa nobile ricetta, negletta per
tanto tempo, in una società meschina e banale come la
nostra.
D'altra parte, il ragionier Gaslini è un bel tipino, con
idee e fisime tutte sue. Di corporatura striminzita, ma non
macilento, è di statura media, sebbene lievemente curvo e
con le spalle cadenti. In qualunque carrozza di
metropolitana passerebbe del tutto inosservato se non fosse
per il fiato che costringe chiunque lo avvicini ad
allontanarsi almeno un paio di metri.
Sebbene non favorito dai doni di madre natura, il ragionier
Gaslini si distingue fra i membri del suo album
professionale per un amore sincero, appassionato, totalmente
disinteressato, per la figa. Dato il notevole livello di
reddito che il suo studio di commercialista consegue,
sarebbe facile per lui soddisfare i suoi interessi con una
semplice transazione commerciale. Ma questo è proprio ciò
che odia. Per lui fissare un prezzo, stabilire una durata,
magari anche un repertorio di prestazioni, sarebbe peggio
che dover prendere in seria considerazione una trombata con
una ottantenne affetta da Alzheimer. Se le cose devono
avvenire, allora che avvengano con un minimo di leggerezza,
di spontaneità, di voglia di giocare.Il ragionier Gaslini
abita in una villetta in finto stile Liberty alla periferia
della opulenta cittadina padana dove egli esercita la sua
attività professionale. Ed è qui che è solito invitare amici
e amiche per cene di dispendiosa ricercatezza, grazie alle
quali spera che gli vengano presentati nuovi soggetti
femminili capaci andare oltre le apparenze. Il numero di
frustrazioni subite nel corso degli anni è la causa, almeno
indiretta, della riscoperta della sublime torta al diamante.
La torta in questione è quella classica che secoli si mangia
lungo il Po. È una torta secca, sottile, piuttosto dura da
sgranocchiare che si sbriciola quando la si taglia. È fatta
di farina, burro, zucchero, nocciole a pezzetti e in farina.
La proporzione in cui variano questi ingredienti determina
il nome che ad essa viene dato fra Casalpusterlengo e
Sermide mantovana. A suo tempo era uso nascondere
nell'impasto, nei banchetti ducali, un diamante, perché si
pensava che chi, mangiando, se lo fosse trovato sotto i
denti, meritava il diamante a premio della sua fortuna. Il
contado sostituiva il diamante con un sassolino e, questo
caso, la fortuna era non essersi rotto un dente mangiando la
fetta di torta col sassolino.
Partecipava quasi sempre alle cene del ragionier Gaslini, la
sua anziana segretaria, che, a suo tempo, gli fece da nave
scuola, quando, giovanissimo, subentrò al padre nello
studio, e, adesso, era una specie di sua governante -
maitresse - confidente. Fu lei che preparò la torta e fu lei
che segnò con una piccola croce l' angolo dove era nascosto
diamante, in modo che al momento di dividere le fette quella
con il diamante toccasse a lei.
Gli altri invitati erano Gino Abbiati, noto gioielliere, e
Franco Robotti, bon vivant ed eterno giovane, presente a non
poche serate e feste che si tenevano in tante case della
buona borghesia cittadina. La sua presenza era spesso
necessaria perchè l'unico in grado di rimorchiare qualche
invitata sotto i cinquant'anni. Quella sera era riuscito a
portare due badanti moldave sulla trentina, toste e
ridanciane come ci vogliono per rendere allegre certe cene.
Quando la signora Luisa si tolse dalla bocca quello che a
prima vista poteva sembrare un pezzetto di vetro ci fu molta
sorpresa e costernazione fra gli ospiti. Ma il Gaslini balzò
su in piedi e disse: "Che fortuna, cara Luisa, quello che ha
appena tirato fuori di bocca non è un vetro, ma un diamante,
ed uno assai prezioso, giacché da ora in avanti sarà mia
regola in queste cene eleganti omaggiare a caso un invitato
in questa forma che fu usuale nei banchetti dei nostri avi".
"Un diamant, un vero diamante? - se ne uscì, stupitissimo l'Abbiati
- Fa vedàr, che tel disi mi se l'è una patacca oppure no".
L'Abbiati guardò e riguardò da ogni angolatura quel
pezzettino di vetro, e poi sentenziò: "Cara la me sciura
Luisa, ma lo sa che lei è da stasera almeno di 20 mila euro
più ricca? E bravo el noster Gaslini, che se messo a fare il
mecenate e distribuisce alla grande biglietti da mille a chi
la tocca la tocca".
La serata proseguì frizzante come mai prima, tuttavia non si
superarono mai i limiti della decenza. Il ragionier Gaslini
ballò il waltzer con la sua anziana segretaria, il
cha-cha-cha con le due giovani invitate, si raccontarono
storielle magari un po' grassocce, si fecero battute con
qualche doppio senso non troppo innocente, ma mai si andò
oltre a questo clima di goliardica euforia.
Per la cena successiva non ci fu nemmeno bisogno del Robotti.
Le due badanti badarono a prenotarsi in anticipo e portarono
altre due loro amiche, pensando certamente che aumentando il
numero, le probabilità che il diamante toccasse ad una di
loro aumentava in proporzione. Ma, sfiga delle sfighe,
quella volta il diamante toccò al padrone di casa, che,
tuttavia, con la massima signorilità affermò che alla
prossima cena lo avrebbe messo nella torta insieme ad un
altro. In ogni caso fu una serata memorabile, che presentò
situazioni piuttosto scollacciate e momenti di petting assai
spinto fra invitati e invitate, senza però arrivare ad uno
smutandamento completo e inequivocabile.
Alla terza cena, le badanti si presentarono in sei, alle
quali il ragionier Gaslini contrappose, oltre se stesso,
cinque amici, fra cui il Robotti, Enrico Tardetti revisore
dei conti, Clark Cardoni architetto a riposo, Gianni
Cazzaniga negoziante di abbigliamento, Arrigo Sensini
sfigato in genere.
Nel tripudio generale, fra applausi e lazzi, le fette di
torta con il diamante toccarono, quella sera, a Ludmilla e a
Irina, e poi non ci furono più limiti. Secondo la signora
Allegretti, che abita con la famiglia nella villa accanto a
quella del Gaslini, svegliata da strani grugniti, racconta
che vi erano sul grande ippocastano del giardino del
ragionier Gaslini, due animali che potevano essere orsi o
scimmie che grugnivano, soffiavano e si grattavano
reciprocamente. Però la signora Allegretti è molto miope e
di notte di sicuro non è in grado di distinguere un TIR da
una farfalla. Più attendibile la testimonianza dei cinque
amici del Gaslini che concordano con assoluta precisione su
di un punto: non ci fu divano, poltrona, tappeto, letto e
scendiletto che non fosse stato utilizzato per un uso
improprio. Particolarmente contento fu il ragionier Gaslini
che ebbe ad assaggiare due grosse porzioni di figa, una
bionda e una nera, sleccazzó diversa roba intima, ottenne
promesse per un futuro nel quale mai avrebbe mangiato torte
in solitudine.
Ma, come si dice ad Holliwood, i sogni muoiono all' alba. In
questo caso, in tarda mattinata. Ludmilla e Irina, con il
codazzo delle loro amiche, si recarono, per quanto assai
sbattute, alla gioielleria di Abbiati, impazienti di
conoscere il valore dei due diamanti. Col suo fare beffardo
e un po' cinico, il gioielliere disse: "Si è roba molto ben
tagliata, diciamo che è un lavoro che ha il suo prezzo, per
cui, tolto il vetro, che naturalmente non vale niente, direi
che questi due ninnoli possono valere cinque euri l'uno, ma
sarà difficile trovare il compratore". Sbiancando assai le
badanti troione a tempo perso, si permise di aggiungere: "Da
noi c'è un detto: dimmi a chi la dai e ti dirò chi sei.
Se voi siete così sceme da darla a uno come il Gaslini
sarete anche così cretine da credere che ci sia qualcuno
disposto a gettare i diamanti ai porci".
Gli elementi determinanti sono la stagionatura a regola
d’arte e il momento esatto della cattura del pesce, che deve
avvenire precisamente nella settimana, a fine settembre, in
cui i siluri entrano in calore. E’ questo infatti il momento
in cui la femmina del pesce siluro, per attrarre il maschi,
gonfia di morbidi grassi e fibre muscolari tutto il dorso
circostante l’apparato genitale. La cattura deve avvenire in
modo dolce e incruento, perché le femmine catturate devono
giungere vive nei laboratori dei mastri salumieri. In caso
contrario, dopo solo pochi minuti dal decesso dell’animale,
il gluteo culatellabile perde consistenza e sapore. Dunque
la silura, una volta pescata, deve essere immessa in
apposite vasche e tranquillizzata grazie ad immagini, che
corrono lungo le vetrate delle vasche, di siluri maschi
arrapati. Altro momento topico è, dopo che le vasche sono
state consegnate ai laboratori, il taglio del rigonfiamento
culatellabile. Alcuni salumieri marpioni si mettono una
specie di scafandro a forma di pesce siluro maschio, si
immergono nella vasca e riescono così ad avvicinare la
silura non solo viva ma anche speranzosa. Secondo l’opinione
di molti esperti anche lo stato psicologico del pesce, al
momento del taglio, ha un’importanza di primo piano nella
realizzazione di un prodotto perfetto, ragion per cui
avvicinarsi ad un pesce tranquillo e fiducioso permette di
ottenere il massimo della qualità della materia prima. Il
mastro salumiere, travestito da siluro, monta, secondo
costume di questi animali acquatici, sul dorso della silura,
e mentre questa fa le fusa, estrae un affilatissimo coltello
di tipo norvegese e, in un sol colpo, asporta il
rigonfiamento culatellabile.
Superata questa fase, si passa alla seconda fase del
processo, non meno laboriosa e complessa. In un primo
momento si tratta di far marinare per un dozzina di giorni,
alla temperatura costante di 9 gradi, il culatello di pesce
in una soluzione fatta di vino bianco, acqua marina,
tamerici salmastre, alghe di scoglio, aghi di pino
marittimo. La giusta proporzione di questi elementi
determina non solo il sapore e il profumo del salume, ma
anche la sua consistenza e morbidezza. Ogni grande maestro
salumaio ha la sua formula e questa è in gran parte alla
base di un risultato finale unico e inconfondibile, tanto
che gli esperti, solo assaggiando un’unghia di neonato di
questo o quel culatatello, sanno indicare dalle mani di
quale mastro salumaio discenda. Il culatello viene quindi
legato in una retina di spago di canapa e posto ad
asciugare, per almeno un mese, appeso ai rami di pino
marittimo, in un’area compresa fra Porto Garibaldi e Porto
Tolle. Dovendo asciugare all’aperto in riva al mare, il
rischio è evidentemente il furto o il danneggiamento da
parte di gabbiani e rapaci in genere. Quindi occorre una
vigilanza diurna e notturna da parte di apposito personale,
che fa lievitare inevitabilmente i costi di produzione.
Terminata l’asciugatura, il culatello di pesce viene messo a
stagionare in apposite stive di barconi di legno, ormeggiati
lungo canali del delta del Po. A tarda primavera il
culatello di mare è maturo per essere portato in tavola. Si
tratta di un pezzetto di carne assai compatto, del diametro
di una grossa noce. Va tagliato a fette sottilissime, che
possono accompagnare uova di quaglia, insalate di funghi
porcini, deposte su quadratini di polenta abbrustolita,
oppure semplicemente mangiate senza accompagnamento alcuno.
Il peso medio di un culatello di pesce è di 60 grammi e ha
un costo variabile che oscilla fra i mille e i cinquemila
dollari al grammo. Si offre di preferenza ad una amante
riottosa, convincendola, per scaramanzia, a recitare la
parte della femmina di siluro in calore. In questo caso, chi
recita la parte del mastro salumaio non nasconde un
affilatissimo coltello norvegese, ma estrae al momento
opportuno il corpo contundente più caro a Venere.
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