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La “Bassa” Parmense. Le piccole capitali lungo il Po

L'Arda segna il confine fra i territori piacentini e il parmense, e quando lo passiamo, entriamo in quella terra ormai a se stante, perché entrata leggenda, che più di ogni altra ha titolo per definirsi la “Bassa”. Si tratta di un angolo di terra che vive una dimensione propriamente letteraria e mitologica, creata dal concorrere di diversi fattori. In primo luogo dai libri Guareschi e dalle riduzioni cinematografiche che di questi libri si sono fatte. Ma se Don Camillo e Peppone hanno rappresentato e, almeno in parte, tuttora rappresentano due personaggi archetipi del nostro modo d’essere italiani, ai quali inevitabilmente finiamo per aderire sentimentalmente, bisogna anche dire che solo in questa terra essi potevano trovare casa e plausibilità. In primo luogo perché ne esplicano al massimo grado gli umori caratteriali sanguigni che solo in essa hanno una radice così netta e riconoscibile. In secondo luogo, perché solo in questa terra esistono prodotti così tipici e così definiti, da non poter essere travasati in alcun altro luogo. Il culatello, il parmigiano, la spalla cotta sono parte essenziale di questo ambiente umano, non sono assolutamente un suo elemento acci­dentale o transitorio, non c’è “Bassa” senza culatello, non c’è vero parmigiano senza “Bassa”; e queste tipicità alimentari entrano alla grande nel nostro immaginario collettivo, così inclinato affettivamente verso le consolazioni della tavola, da generare una sorta di leggenda della terra del ben godi. In terzo luogo, il paesaggio che concorre in modo essenziale nel definire l’anima del luogo. Il paesaggio non è, ovviamente, solo un fatto fisico e naturalistico. E’ un’interpretazione estetica e morale di una serie di accidenti fisici. E’ la capacità di una cultura di dare armo­nia e poesia agli orizzonti ove si posano i suoi sguardi. Così la nebbia che si posa come un manto sulle pievi e sui casolari di mattone, sui pioppeti e sulle strade bianche che si perdono nella piana, che si stempera in lontananza come lo sfumare di un film, oppure il sole spietato di agosto che affossa in una lieve vibrazione liquida il tempo e rende per sempre immobili nella loro verità le piazze dei piccoli borghi, come palcoscenici ideali di una commedia umana che ripete eternamente la propria trama, non sono più ‘fatti’ della meteorologia, della conformazione fisica del territorio, della casuale disposizione di edifici, di pietre, di sassi, di mattoni, ma quadri dell’anima con i quali essa ha disegnato i contorni della sua memoria, il suo volere fissare nella memoria quello che ha immaginato potesse essere il modo migliore di aderire alla vita.
E’ una terra estrema, che non tollera tutto ciò che sta e sceglie la via di mezzo. Non c’è posto per la moderazione, per il ceto mediano, per ciò che è evasivo e sfumato. Ci sono solo aristocratici e popolani e, nell’un caso come nell’altro, nella forma più netta ed eccessiva. La prova? Guardate questi piccoli borghi, tutti hanno il tono quasi fossero piccole capitali di un regno millenario, e non per nulla conservano castelli e palazzi che sembrano regge. Ma provatevi a chiedere con sussiego di mante­nere le distanze o provatevi a rifiutare, in nome del colesterolo, una terza porzione di fagioli e cotiche. Uno sghignazzo potente come un tuono si leverà spontaneo dalla terra e vi seppellirà con la sua irriverente commiserazione. Qui meglio essere zoppi che “delicati”. Oltrepassiamo dunque Villanova d’Arda e, volendo, facciamo tappa a villa Sant’Agata, che fu la villa di campagna di Giuseppe Verdi, della quale gli attuali proprietari hanno messo a disposizione del pubblico alcune sale con qualche interes­sante ricordo del Maestro. Il nostro scopo, tuttavia, non è un pellegrinaggio verdiano, e dunque tralasciamo di fare sosta alla pur bella Busseto e all’altrettanto unica Zibello, piccoli centri di campagna, ma con un tratto assolutamente aristocratico. Seguiamo la statale 558 che unisce Polesine Parmense, Zibello, Pieve Ottoville, Ragazzola, Roccabianca. Quest’area è il cuore più autentico del Culatello, perché si dice che proprio la vicinanza alle sponde del grande fiume, con le sue brune e la sua umidità, riesca a portare al migliore compimento la maturazione di questi pregiati salumi.

 

 

 

    

 

 

La Rocca dei Rossi a San Secondo
Buona parte delle mura e delle torri dell’imponente e complesso edificio che per se­coli fu la residenza dei Rossi, potente famiglia feudale, la cui fortuna fu fatta in gran parte da Pier Maria II, condottiero e capitano al servizio dei Visconti e degli Sforza, furono smantellate con improvvida larghezza nel secolo XIX. Fino alla sua morte (1482), fu la residenza ufficiale di Pier Maria II, quarto conte dei Rossi, che volle dargli una struttura potentemente castellana e difensiva, dotando la rocca di una doppia cinta di mura, del fossato, di diversi rivellini, e di ogni accorgimento difensivo che la più avanzata architettura militare del tempo offriva. L’antico sodale e condottiero al servizio degli Sforza vi morì al suo interno proprio durante l’assedio condotto dai milanesi di Ludovico il Moro. Le possenti opere difensive non furono sufficienti a fermare gli eserciti del Moro, che ri­portarono il feudo di San Secondo fra i possessi della Camera Ducale e demolirono almeno in parte le imponenti strutture difensive della rocca. Luigi XII, re di Francia, restituì ai Rossi il feudo nel 1499, e la rocca, ritornata residenza ufficiale della famiglia, fu progressivamente trasformata in Palazzo. Il fossato fu dre­nato, la cinta muraria esterna abbattuta, la piazza d’armi divenne un parco, la fronte del mastio prese le forme tipiche del palazzo residenziale. Tuttavia i discendenti di Pier Maria rimasero al centro della vita politica del tardo Rinascimento, grazie alla scelta della carriera ecclesiastica e diplomatica che molti cadetti della famiglia intrapresero con determinazione e abilità. Infatti, grazie agli alti incarichi ottenuti, fu possibile rinnovare il prestigio e il peso politico della famiglia oltre il ristretto ambito parmense, consentendo la realizzazione di una accorta politica matrimoniale che unì i suoi membri ai Medici, ai Gonzaga, agli Sforza, ai Rangoni, ai Riario. Si spiega in questo modo la sfarzosa trasformazione dell’avita rocca non tanto in un grande palazzo, ma piuttosto in un palazzo monumentale, che aveva lo scopo di celebrare la gloria secolare della famiglia, quasi fosse una reggia. L’enorme valore storico e artistico della rocca di San Secondo consiste infatti nella migliaia di metri quadrati di affreschi che adornano praticamente ogni stanza, ogni muro e volta dell’antico mastio. Furono chiamati i più affermati maestri d’affresco e della decora­zione operanti nell’Italia cinquecentesca per realizzare questa impresa ciclopica. Fra essi il Bertoja, il Baglione, il Paganino, il Procaccini, il Samacchini, numerosi allievi della scuola del Bramante, e altri ancora. Fra le molte sale affrescate, la più notevole, sotto la specie della grandiosità, è indubbiamente quella delle Gesta Rossiniane, che è una sorta di monumentale racconto visivo delle vicende della famiglia dal 1199 al 1542. Non meno significative sotto il profilo artistico quelle di ispirazione alle­gorica e mitologica, fra cui la Sala dei Cesari, della Giustizia, della Galleria d’Esopo, di Bellorofonte, di Momo, del Lupo, fino alla Sala dell’Asino d’Oro, che illustra con diciassette riquadri l’esoterico romanzo di Apuleio ed è universalmente considerata un capolavoro di grazia e raffinatezza. Poco fuori di San Secondo, l’antichissima pieve romanica di San Genesio. Nulla intorno ad essa, ma deposta struggente in mezzo ad un campo come una corona fiorita di mattoni. Incomparabile....

Rocca di San Secondo - Pieve di San Genesio

 

Fontanellato

La Rocca di Sanvitale a Fontanellato
I Sanvitale erano una delle famiglie patrizie, ma non della nobiltà guer­riera, bensì della oligarchia di toga, che esercitavano magistrature e poteri nelle vallate e nei piccoli centri urbani del parmense, ancora prima dell’anno Mille. Secondo alcuni il luogo originario della famiglia è Sala Baganza, secondo altri il nome gli viene da una torre fortilizia sull'Enza, dedicata a San Vitale, fatta erigere nel 1122 da Ugo, il primo esponente della famiglia di cui ci sia rimasta memoria certa. Per altri ancora, il nome gli viene dalle loro case in Parma costruite presso la chiesa di San Vitale. Ad ogni modo, la famiglia inizia la sua notevole fortuna, quando si allea strettamente ai Visconti, e riceve da essi, nel 1386, come benefi­cio, il territorio di Fontanellato, che avevano sottratto alla famiglia Terzi. Nel 1404, i fratelli Giberto e Gianmartino Sanvitale, a seguito della loro comprovata fedeltà, furono investiti solennemente della contea di Fontanellato da parte di Gian Maria Visconti. Tuttavia, il momento di massimo splendore lo abbiamo intorno alla prima metà del secolo XVI, quando si spengono le lotte e le continue guerre fra le fazioni, fra le piccole e grandi casate nobiliari, fra le piccole e grandi Signorie, a seguito del ritorno del nord Italia sotto le ali pacificatrici del Sacro Romano Impero e, più concretamente, grazie alla potenza dell’esercito spagnolo, che pone fine alle ambizioni di ogni signore locale. In questo arco di tempo, prende infatti corpo il progetto dei Sanvitale di fare di Fontanellato la piccola e splendida capitale del loro feudo, potendo dedi­care, grazie al clima di pace che si era instaurato con i più potenti vicini (i Rossi, i Lupi, i Pallavicino, i Torelli), somme ingenti ai lavori di edificazione della loro splendida residenza castellana, tra­sformando in palazzo la rocca prettamente difensiva fatta erigere nel secolo prece­dente da Giberto II Sanvitale. La famiglia dei Sanvitale ebbe il possesso e abitò in questo splendido palazzo castellano fino a data recente, cioè fino al 1948, quando l’ultimo conte Sanvitale, Giovanni, alienò la sua proprietà a favore del Comune. La struttura architettonica ricalca, sebbene non abbia effettivi scopi difensivi, l’impianto tipico della rocca. Il fossato colmo d’acqua cinge una prima barriera di mura protetta agli angoli da piccole torri tonde della stessa altezza degli spalti. Quindi abbiamo la struttura qua­drangolare della rocca, difesa da massicce torri quadrate, due delle quali ravvicinate e di diversa altezza in prossimità dell’ingresso. L’effetto sce­nico che questa rocca genera è davvero fuori dal comune, perché l’edificio è posto al centro della piazza del borgo di Fontanellato, che è circolare ed è inte­ramente chiusa da portici. Si entra così da una delle sue porte e, all’improvviso, ci si trova come di fronte ad una immensa fon­tana, che in realtà è un castello. Se il colpo d’occhio sulla piazza è ecce­zionale, non meno densi di fascino sono gli interni, dove troviamo saloni e stanze di grande raffinatezza ed eleganza artistica, con arredi e suppellettili originali del Sei e Settecento, una notevole Raccolta d’armi, la Galleria degli antenati, con quadri del secolo XVIII. Fra tutte, il celeberrimo ‘studiolo’, una piccola stanza, priva di finestre al piano terreno, interamente affrescata dal Parmigianino che, in tredici lunette poste nella parte alta delle quattro pareti, riper­corre figurativamente il mito di Diana e Atteone. Lo ‘studiolo’ fu realizzato nel 1524, per Paola Gonzaga e Galeazzo Sanvitale, due grandi nomi della storica vocazione al mecenatismo dei Sanvitale. Il racconto è tratto dal III libro delle "Metamorfosi" di Ovidio, e narra la vicenda del cac­ciatore Atteone trasformato in cervo da Diana, da lui sorpresa al bagno con le ninfe, e sbranato dai suoi stessi cani. Si tratta di un mito che nella cultura rinascimentale aveva risvolti esoterici e magici che sono per noi oggi di difficile lettura se non del tutto indecifrabili nel loro significato recondito. Fra le curiosità, l’ottocentesca Camera Ottica, che grazie ad un sapiente gioco di specchi consente di vedere dal suo interno ogni angolo della piazza che circonda la rocca. In piccolo, questo palazzo/castello trova la sua pietra di paragone nel pa­lazzo/reggia di Federico di Montefeltro a Urbino. Non solo per lo splendore artistico, ma anche per la medesima concezione umanistica ed eso­terica del ruolo del principe e della sua funzione di protettore delle arti e del sapere. Il borgo di Fontanellato si raccoglie pressoché interamente intorno alla sua stupenda piazza e, tuttavia, di essa non solo la rocca merita attenzione. In così ridotto spazio almeno due altre sono le meraviglie che non si può rinunciare di visitare: la chiesa parrocchiale di Santa Croce e l’oratorio di Santa Maria Assunta. La parrocchiale è situata sul lato sud della Rocca; la sua costruzione ri­manda alla seconda metà del secolo XV e presenta i tratti classici dello stile gotico con una fac­ciata a capanna divisa longitudinalmente da due piloni che accentuano la spinta verso l’alto. Lo spazio interno mantiene le tre navate originarie, mentre gli arredi, le sculture, l’altare e tutto l’apparato scenico sono barocchi. Il campanile è cinquecentesco. Un vero gioiellino l’oratorio di Santa Maria Assunta, la cui sacrestia è intera­mente foderata di credenzoni lignei intarsiati, capolavori del Barocchetto parmense. La costruzione fu voluta da Geronima Farnese (1572), moglie di Alfonso Sanvitale. Tuttavia, nel Settecento i suoi interni furono completamente rifatti , le pareti affrescate, gli altari arricchiti di statue lignee o di gesso di grande spessore artistico, la sacrestia foderata con pareti e credenze di legno intarsiato
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