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L'abbazia in un tramonto invernale

Prospettiva del lato est del chiostro

La
facciata

La
plasticità dell'intero complesso

Il
giardino del chiostro
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SANTA MARIA DI CHIARAVALLE DELLA COLOMBA
Alseno (PC)
1) La fondazione e
la storia
L’Abbazia sorge
praticamente insieme alla consorella milanese Santa Maria di
Chiaravalle. Entrambe sono il risultato del personale intervento di
Bernardo da Chiaravalle al concilio di Pisa del 1135 e della
generale riconciliazione dei milanesi e delle popolazioni padane
con il papa regolarmente eletto a Roma, Innocenzo II. Il carisma di
cui godeva San Bernardo e l’entusiasmo che la vocazione cistercense
generava nella società comunale del basso medioevo crearono le
condizioni perché le due grandi abbazie potessero sorgere
praticamente contemporanee come segno della ritrovata unità della
comunità cristiana del nord Italia e come impegno ad andare avanti
con slancio nell’opera di bonifica e civilizzazione dei territori
desolati. Vi è un documento ufficiale, chiamato “Institutionis
paginam” che attesta la fondazione dell’abbazia l’11 aprile
1136; ne è artefice Arduino, vescovo di Piacenza, che dona
all’ordine cistercense i terreni su cui sorgerà il monastero. Alla
donazione di Arduino seguirono quelle delle importanti famiglie
nobiliari dei Pallavicino e dei Cavalcabò.
Come sempre i terreni su
cui doveva sorgere l’abbazia erano in realtà paludosi e deserti,
perché la missione che si era data l’ordine cistercense era proprio
quello di bonificare e dare prosperità alle lande deserte e brulle
che ancora ricoprivano buona parte dell’Europa. In questo senso, si
può dire che il pieno recupero dei territori sulla riva sinistra del
Po, nella fascia nord-occidentale dell’Emilia, fu opera del lavoro
materiale e dell’impegno costante dei cistercensi. Non a caso,
subito dopo la fondazione della abbazia madre ad Alseno, sorse la
ramificazione delle abbazie figlie, di cui le più note, nel
piacentino e nel parmense sono Santa Maria di Ponte Trebbia,
Fontevivo (1142) e San Martino in Val Serena, che permisero la
completa bonifica e la messa a coltura dei territori alluvionali
sulla destra del Po, dando ad essi la forma e la struttura che
ancora oggi vediamo. La chiesa è dedicata a Santa Maria Assunta, ma
prese il nome di Santa Maria della Colomba a causa di una leggenda
secondo cui una colomba disegnò, portando delle pagliuzze nel becco,
il tracciato ove scavare le fondamenta. La storia di questa
straordinaria abbazia è particolarmente tribolata perché fu
investita, suo malgrado, nelle continue contese comunali che
travagliavano la vita della città della fascia padana e nelle ancora
più devastanti contese che vedevano opporsi guelfi a ghilbellini,
seguaci dell’imperatore e seguaci del papa.
Nel 1214 subì una prima grave aggressione da
parte degli eserciti dei comuni coalizzati di Cremona, Parma, Reggio
contro Piacenza. Nel 1248, patì, invece la più grave mutilazione
materiale e il più grave oltraggio spirituale in quanto venne
saccheggiata dall’imperatore Federico II in persona. Numerosi monaci
furono trucidati, solo la chiesa e l’aula capitolare furono
risparmiati. Nel 1444 fu assegnata in commenda, e nel 1497 fu
aggregata alla provincia lombarda della Congregazione Cistercense di
S. Bernardo in Italia. In epoca barocca venne ricostruito il
monastero nelle forme attualmente visibili. Nel 1805, con la
conquista napoleonica dell’Italia, tutti i beni passarono al
demanio nazionale, e nel 1810 anche i monaci dovettero abbandonare
il monastero. Successivamente i beni del monastero furono donati
agli ospizi civili di Piacenza. Per oltre un secolo, la chiesa e
l’abbazia furono lasciate nel completo abbandono fino a che, nel
1937, il vescovo di Piacenza chiamò un gruppo di monaci cistercensi
di Casamari, i quali iniziarono immediatamente un’opera di recupero
materiale dell’edificio e di nuova vita spirituale per l’insieme
della struttura che veniva affidata loro. Oggi, la proprietà degli
edifici è del demanio, tuttavia è notevole l’impegno nel portare
avanti il completo recupero dei tesori artistici che ancora restano
dell’intero complesso abbaziale (la chiesa, il chiostro, la sala
capitolare, il monastero).
2) La struttura
architettonica e artistica
La chiesa è un bel
esempio di stile romanico-lombardo, almeno per quanto concerne
l’impianto architettonico e per quanto ci rimane di originale della
facciata, cioè la sua parte alta. La sua struttura è a croce latina,
divisa in tre navate, di cui quella centrale si compone di quattro
campate, mentre quelle laterali presentano otto campate. La
copertura delle navate è a crociera a costoloni nella centrale e
mentre è liscia nelle laterali; le arcate trasversali sono a tutto
sesto, e le volte sono di sezione acuta. Il transetto rivela fasi
differenti di costruzione: quello attuale presenta sei campate. Il
materiale usato diffusamente è il laterizio a cui si contrappone
cromaticamente la pietra chiara utilizzata per i particolari
decorativi e l’intonaco bianco che nasconde la trama laterizia
dell’edificio. Il sistema di sostegni è di tipo alternato, ovvero
con pilastri a sezione quadrata a cui sono sovrapposte semicolonne,
affiancate da riseghe, e alternativamente terminanti ad una certa
altezza da terra con coni rovesciati, oppure partendo da terra si
interrompono all’altezza dell’imposta degli arconi con peducci
rovesciati. I capitelli sono ornati da crochets ancora arcaici
oppure sono a carena di nave con stilizzati motivi vegetali e
geometrici. Il coro è fiancheggiato da sei cappelle. Le due cappelle
adiacenti al coro hanno un’altezza al colmo della crociera uguale a
quella della navata centrale, mentre le altre quattro sono
notevolmente più basse. Per quanto concerne la facciata, essa è a
timpano spezzato, separata longitudinalmente in tre zone da
contrafforti, ornata da archetti pensili con cornice superiore a
denti di sega, gli archetti ricorrono al di sopra e al di sotto del
rosone e su questo si innestano due semicolonne che affiancano una
croce ritagliata nella muratura. Nella parte centrale si apre il
rosone marmoreo a colonnette a dieci luci che risale probabilmente
al XIII secolo, così come il portichetto addossato alla facciata che
ripete la struttura a timpano spezzato scandito da quattro
contrafforti ed affiancato da due ali aperte con trifore a pieno
centro e sormontate da archetti pensili alla sua base sulla destra,
prima dell’accesso nella chiesa, si trova un’arca tombale che fu a
lungo ritenuta il sepolcro di Oberto Pallavicino, ed ora invece dei
primi Abati. Il portale di accesso all’edificio è sormontato da una
lunetta in cui è dipinta, secondo modalità quattrocentesche,
l’Adorazione del Bambino da parte della Vergine.
Dal punto di vista
artistico, il chiostro rappresenta la costruzione senz’altro più
significativa e suggestiva. Ricostruito nel Trecento, dopo il sacco
imperiale di Federico II, rappresenta un vero gioiello non solo
architettonico, ma anche figurativo-simbolico, giacché nelle colonne
e nelle campate ricorrono tutte quelle immagini allegoriche e
simboliche di cui si nutriva la civiltà medioevale. In apparente
contrasto con le austere regole edilizie cistercensi compaiono
ricche mensole di sostegno ai costoloni delle campate, stupende
colonne ofitiche (annodate come serpenti) agli angoli del porticato,
capitelli figurati, e altre sculture. Negli angoli interni del
portico troviamo figure telamoniche, ossia di personaggi
nell’atto di sostenere le volte. La tradizione attribuisce ad esse
il valore simbolico dell’aiuto dell’uomo a realizzare con il lavoro
la casa di Dio. I capitelli presentano sculture di animali
simbolici, come quello delle “colombe”, o la raffigurazione della
Madonna col Bambino benedicente in mezzo agli Apostoli e agli
Evangelisti. Ogni lato del quadrato che costituisce il chiostro
misura 40 metri, ed è diviso in campate con coperture a crociera i
cui costoloni ricadono all’interno del chiostro.
Lungo il lato orientale
del chiostro troviamo la sala capitolare, il luogo più propriamente
‘politico’ della vita monastica, ossia dove si discutono le
questioni comuni e ci si raduna per l’elezione degli abati. Si
tratta di uno spazio racchiuso in due navate, oggi riportato alle
antiche dimensione caratteristiche, come ad esempio, l’altezza del
pavimento che è stata riportata alle sua originale misura, così come
sono state ripristinate le finestre ogivali che permettevano la
piena illuminazione della sala durante le riunioni della comunità
monastica.
Infine la Sagrestia o
Sacrarium, cioè il luogo attiguo alla chiese dove vengono
conservati i sacri paramenti e le sante reliquie. Al suo interno,
troviamo una interessante ciclo di affreschi recentemente
restaurati e fra essi l’importante riquadro della Crocifissione, che
presenta precisi elementi stilistici di derivazione giottesca. Fra
le reliquie, da ricordare la teca che conserva la “Sacra Spina”,
dono di Luigi IX di Francia.
Terra e pane: le delizie del piacentino
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